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“Sanremo 2026 a rischio”: è questa l’espressione che riecheggia con insistenza nelle ultime ore, mentre esplode il “caso Festival di Sanremo”. Il clima tra Rai e Comune è diventato incandescente: le trattative sono in salita, i malumori diffusi e il silenzio dell’amministrazione Mager appare ormai strategico, nel tentativo di evitare possibili strumentalizzazioni.
Eppure, attorno al Festival ruota l’intera economia cittadina. Nei giorni della manifestazione, Sanremo conosce un’impennata turistica e commerciale senza eguali. Un asset cruciale oggi messo in discussione dalla scadenza dell’ultimatum fissato da Viale Mazzini: entro agosto serve un accordo definitivo, altrimenti la Rai potrebbe spostare altrove l’evento. E tra le ipotesi sul tavolo, Torino sembra la città candidata con più forza.
Tecnicamente sì, ma non nei contenuti né nel nome. Il Festival della Canzone Italiana è nato e cresciuto nella città dei fiori, grazie alla volontà di Amilcare Rambaldi, figura simbolo della cultura cittadina. È un legame storico, identitario, che trova fondamento anche nella questione dei marchi registrati, elemento che renderebbe complessa – se non impossibile – una “trasmigrazione” del format. Senza Sanremo, non sarebbe più il Festival di Sanremo.
Le divergenze si concentrano su nodi strategici. Il Comune avrebbe avanzato richieste ritenute eccessive dalla Rai, mentre l’emittente pubblica insiste nel voler mantenere il pieno controllo editoriale e produttivo.
Ma i numeri sono chiari: nel 2025, la Rai ha dichiarato un utile netto da record (oltre 80 milioni di euro). Il Festival è un generatore di valore, ma anche di tensioni. Il confronto è diventato uno strappo difficile da ricucire, e in ballo ci sono interessi enormi.
Sanremo 2026 a rischio significherebbe un danno economico devastante per la città. L’indotto coinvolge ogni fascia: dal venditore ambulante agli hotel a cinque stelle, passando per B&B, ristorazione e servizi. I prezzi – durante la settimana del Festival – superano quelli di Parigi o Londra, con tariffe che schizzano alle stelle tra alloggi, case vacanza e menu turistici.
Una ricchezza, sì. Ma anche malumori diffusi tra operatori della comunicazione e tecnici, spesso costretti a sostenere spese esorbitanti per lavorare a Sanremo. Il Festival ha portato prestigio e visibilità, ma anche dinamiche economiche non sempre sostenibili.
Il tempo stringe. Serve equilibrio, lungimiranza e responsabilità. Un fallimento delle trattative sarebbe una sconfitta per tutti: per la Rai, per Sanremo, per il settore musicale, per l’intera filiera dell’indotto e per l’immagine dell’Italia nel mondo.
E se davvero – ipotesi che ci auguriamo remota – non si dovesse trovare un accordo, quale sarebbe il piano B del Comune di Sanremo?
Il marchio rimarrebbe, certo. Ma senza Festival. Con un vuoto economico, culturale e identitario difficilmente colmabile.
È il momento di fare mente locale e sedersi al tavolo con responsabilità, perché questa partita – se la perde Sanremo – la perdiamo tutti.
Scritto da: Enzo Sangrigoli
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