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Sedici euro possono sembrare una cifra tutto sommato gestibile.
Il problema arriva quando li moltiplichiamo per cinque giorni alla settimana e poi per quasi un intero anno di lavoro.
A quel punto la semplice pausa pranzo può trasformarsi in una spesa superiore ai 3.000 euro all’anno.
Mangiare quotidianamente fuori casa durante la giornata lavorativa sta diventando sempre più impegnativo per il bilancio personale e familiare, soprattutto per chi non dispone di una mensa aziendale o di buoni pasto sufficienti a coprire il costo effettivo del pranzo.
A fotografare la situazione è l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori (O.N.F.), che segnala nuovi aumenti nei prezzi praticati da bar, tavole calde e punti di ristoro.
Secondo i dati dell’Osservatorio, per un pasto composto da primo piatto, acqua, dolce e caffè si spendono oggi mediamente 16,19 euro.
Preso singolarmente può sembrare un costo non particolarmente elevato.
Ma la prospettiva cambia completamente quando la pausa pranzo al bar o al ristorante diventa un’abitudine quotidiana.
Federconsumatori stima infatti una spesa annuale compresa indicativamente tra 2.760 e 3.250 euro.
Una cifra che può incidere in maniera significativa sul reddito disponibile di un lavoratore.
Superare i 3.000 euro significa spendere mediamente oltre 250 euro al mese, considerando il costo distribuito sull’intero anno.
In pratica, per alcune famiglie la pausa pranzo può diventare una vera e propria voce del bilancio domestico.
A rendere ancora più evidente il problema sono gli aumenti registrati rispetto all’anno precedente.
Secondo Federconsumatori, per alcune delle consumazioni considerate i rincari possono arrivare fino all’8%.
Il confronto sul lungo periodo è ancora più impressionante: l’Osservatorio segnala incrementi che, per determinate voci, possono raggiungere il 368% rispetto a 25 anni fa.
Naturalmente si tratta di un arco temporale molto ampio e i rincari non sono stati uniformi per tutti i prodotti e i servizi.
Il dato evidenzia però quanto siano cambiate le cifre necessarie per consumare abitualmente un pasto fuori casa.
Una persona che pranza occasionalmente al bar probabilmente avverte meno l’aumento.
La situazione cambia per chi lavora lontano da casa e deve trovare ogni giorno una soluzione.
Anche pochi euro di differenza, moltiplicati per centinaia di giornate lavorative, producono alla fine dell’anno un risultato importante.
È lo stesso meccanismo che rende insidiose molte piccole spese quotidiane.
Un euro in più sembra poco.
Duecento volte un euro diventano 200 euro.
E se l’aumento riguarda contemporaneamente il primo piatto, la bevanda, il caffè e gli altri prodotti acquistati durante la giornata, il conto cresce rapidamente.
Di fronte agli aumenti, cambiano anche le abitudini.
Chi non vuole o non può spendere oltre 15 euro ogni giorno cerca formule più economiche.
C’è chi rinuncia al pasto completo e sceglie soltanto un panino.
Chi acquista un’insalata.
Chi entra al supermercato durante la pausa e compra prodotti monoporzione o piatti pronti.
E chi decide di eliminare completamente il problema preparando il pranzo la sera precedente.
È qui che torna protagonista una parola tipicamente milanese ormai diventata familiare in tutta Italia: schiscetta.
Secondo i calcoli riportati da Federconsumatori, portare da casa il proprio pranzo rappresenta di gran lunga la soluzione economicamente più conveniente.
Il risparmio può arrivare a circa il 75% rispetto al consumo fuori casa.
Se prendiamo come riferimento un pranzo da 16,19 euro, una riduzione del 75% equivale teoricamente a una spesa di poco superiore ai 4 euro.
Naturalmente il costo reale dipende completamente da ciò che viene preparato: ingredienti, quantità, ricette e prezzi del supermercato possono far cambiare notevolmente il risultato.
Il vantaggio, però, rimane evidente.
È proprio osservando la spesa annuale che la differenza diventa più interessante.
Se mangiare abitualmente fuori può comportare, secondo le stime indicate, una spesa tra 2.760 e 3.250 euro all’anno, una riduzione nell’ordine del 75% può significare lasciare nel portafoglio oltre 2.000 euro nell’arco di dodici mesi.
Non significa che ogni lavoratore otterrà automaticamente questo risparmio.
Chi dispone di buoni pasto, mensa aziendale o particolari convenzioni parte infatti da condizioni completamente differenti.
Ma per chi paga interamente di tasca propria ogni pranzo, prepararlo a casa può produrre una differenza economica considerevole.
Il rincaro della pausa pranzo riapre inevitabilmente anche la questione dei buoni pasto.
Quando il loro valore rimane fermo mentre il prezzo medio di un pranzo aumenta, il lavoratore è costretto ad aggiungere una quota sempre maggiore di tasca propria.
Federconsumatori chiede per questo un innalzamento del valore dei buoni pasto, affinché siano maggiormente adeguati ai prezzi attuali.
L’associazione chiede inoltre maggiore attenzione e vigilanza sulle dinamiche di mercato che incidono sul costo della vita quotidiana.
Il vero cambiamento forse è proprio questo.
Per anni il pranzo durante la giornata lavorativa è stato percepito quasi come una piccola spesa accessoria.
Oggi non è più sempre così.
Quando il conto annuale si avvicina o supera i 3.000 euro, la pausa pranzo diventa una spesa da programmare esattamente come molte altre voci del bilancio familiare.
E così il contenitore portato da casa, un tempo considerato semplicemente una soluzione pratica, diventa anche uno strumento di risparmio.
Perché tra un primo al bar, una bottiglietta d’acqua, il dolce e il caffè, giorno dopo giorno, può nascondersi una cifra sorprendente.
E alla fine dell’anno la vecchia schiscetta potrebbe valere molto più di quanto immaginiamo.
Scritto da: Fina Leocata
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