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Le donne italiane studiano di più, si laureano con maggiore frequenza e ottengono spesso risultati migliori rispetto agli uomini. Eppure, una volta terminato il percorso universitario, continuano a incontrare maggiori difficoltà nel mondo del lavoro.
È quanto emerge dal XXVIII Rapporto AlmaLaurea, che analizza il percorso formativo e professionale dei laureati italiani, evidenziando come il divario di genere e quello territoriale continuino a pesare sulle opportunità occupazionali.
Secondo il rapporto, le donne rappresentano la maggioranza dei laureati italiani. Nonostante questo, soprattutto nel Mezzogiorno, sono gli uomini ad avere maggiori probabilità di trovare un impiego e di ottenere retribuzioni più elevate.
Il divario si accentua ulteriormente con l’arrivo dei figli, una situazione che continua a influenzare negativamente la carriera femminile.
Uno degli aspetti più evidenti riguarda la scelta dei percorsi universitari.
Le donne continuano a essere meno presenti nelle discipline STEM, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, dove rappresentano il 40,5% degli iscritti.
La componente femminile è invece particolarmente numerosa nei corsi di laurea linguistici, psicologici e umanistici.
Una differenza che, nel lungo periodo, contribuisce anche alle disparità occupazionali e salariali.
Il rapporto evidenzia anche una differenza nelle retribuzioni.
In media, gli uomini percepiscono circa 67 euro netti in più al mese rispetto alle donne, confermando come il gender gap salariale continui a essere una realtà nel mercato del lavoro italiano.
Oltre alla questione di genere, pesa il divario territoriale.
Chi lavora nel Nord Italia ha una probabilità di occupazione superiore del 34,8% rispetto a chi vive e cerca lavoro nel Sud del Paese.
Una distanza che continua a rappresentare una delle principali criticità del sistema economico italiano.
Lo studio mette in evidenza anche un altro dato significativo.
Il 34,7% dei laureati ha almeno un genitore laureato. La percentuale sale al 46,3% nei corsi magistrali a ciclo unico.
Un dato che conferma come l’accesso all’istruzione universitaria continui a essere influenzato dal contesto familiare e sociale di provenienza.
Nonostante l’aumento dei laureati negli ultimi anni, l’Italia continua a occupare le ultime posizioni in Europa per numero di giovani laureati.
Secondo i dati Eurostat, soltanto il 31,1% degli italiani tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea, una percentuale inferiore rispetto alla media europea.
Cambia anche l’atteggiamento delle nuove generazioni nei confronti dell’occupazione.
I laureati di oggi sono meno disposti ad accettare qualsiasi proposta pur di lavorare. La disponibilità ad accettare un impiego poco gradito è passata dall’87,2% del 2016 al 76,4% del 2025.
Sempre più giovani cercano un equilibrio tra soddisfazione professionale, qualità della vita e retribuzione adeguata.
Tra le esigenze più richieste c’è anche la flessibilità lavorativa.
A un anno dal conseguimento del titolo, il lavoro da remoto coinvolge il 17,1% dei laureati triennali e il 32% di quelli magistrali, confermando una tendenza ormai consolidata nel mercato del lavoro.
Non sempre il percorso universitario trova un’applicazione diretta nella professione svolta.
Il 39,4% dei laureati di primo livello dichiara di utilizzare poco o per nulla le competenze apprese all’università. La percentuale scende al 32,5% tra i laureati magistrali.
Un dato che evidenzia il persistente disallineamento tra formazione accademica e mercato del lavoro.
Nonostante le difficoltà, il tasso di occupazione a un anno dalla laurea raggiunge l’81,2%.
Le retribuzioni medie restano però contenute: circa 1.491 euro netti mensili per i laureati di primo livello e 1.495 euro per quelli magistrali.
Numeri che raccontano una realtà in cui l’investimento nello studio continua a rappresentare una risorsa importante, ma che non sempre garantisce opportunità adeguate alle aspettative dei giovani.
Il quadro tracciato da AlmaLaurea mostra un Paese in cui le donne continuano a eccellere negli studi, ma dove persistono disuguaglianze economiche, occupazionali e territoriali.
Ridurre questi divari rappresenta una delle sfide più importanti per il futuro dell’istruzione e del lavoro in Italia.
Scritto da: Fina Leocata
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