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Da qualche parte nel mondo esiste una persona fatta esattamente per noi?
Una persona con la quale tutto funzionerà immediatamente, che ci comprenderà senza bisogno di spiegazioni e con la quale non dovremo mai chiederci se abbiamo fatto la scelta giusta?
È l’idea dell’anima gemella.
Romantica, potentissima e probabilmente una delle convinzioni sull’amore più diffuse al mondo.
Ma c’è un problema.
Se davvero esistesse una sola persona perfetta per ciascuno di noi, su miliardi di esseri umani, quali sarebbero le probabilità di incontrarla?
E soprattutto: come potremmo sapere di averla trovata?
La scienza non può dimostrare che l’anima gemella “non esista”. Può però studiare qualcosa di molto concreto: che cosa succede alle relazioni quando siamo convinti che l’amore debba essere predestinato e perfetto.
Ed è qui che le cose diventano interessanti.
Il desiderio di trovare qualcuno capace di completarci non nasce certo con Tinder.
Una delle immagini più celebri arriva dal Simposio di Platone.
Nel racconto pronunciato da Aristofane, gli esseri umani originari vengono descritti come creature complete che Zeus divide in due. Da quel momento ciascuna metà cerca disperatamente l’altra.
È un mito, naturalmente.
Ma l’immagine ha attraversato i secoli fino ad arrivare praticamente intatta al nostro linguaggio.
Ancora oggi diciamo:
“Ho trovato la mia metà.”
E continuiamo a raccontare l’amore come un incontro eccezionale tra due persone destinate da sempre a riconoscersi.
Jason Carroll, professore di studi sulla famiglia alla Brigham Young University, ha parlato della possibile “trappola dell’anima gemella”.
Il problema non è essere romantici.
È ciò che rischiamo di aspettarci dopo aver trovato la persona che consideriamo “quella giusta”.
Gli studi sulle convinzioni relative alle relazioni distinguono infatti tra due modi differenti di interpretare l’amore.
Da una parte ci sono le convinzioni di destino: due persone sono compatibili oppure non lo sono.
Dall’altra le convinzioni di crescita: una buona relazione può svilupparsi e migliorare attraverso impegno, conoscenza reciproca e capacità di affrontare insieme le difficoltà.
La differenza emerge soprattutto quando arriva il primo vero problema.
È proprio questa domanda a poter mettere in difficoltà chi considera l’amore soprattutto una questione di destino.
Se abbiamo trovato la nostra anima gemella, pensiamo, tutto dovrebbe essere naturale.
E allora un litigio importante può trasformarsi rapidamente in un dubbio:
“Forse non siamo fatti l’uno per l’altra.”
Chi considera invece la relazione qualcosa che può crescere tende più facilmente a interpretare alcuni conflitti come problemi da affrontare, anziché come prova automatica di incompatibilità.
Naturalmente questo non significa che qualsiasi relazione debba essere salvata.
Esistono incompatibilità profonde e rapporti malsani dai quali è importante allontanarsi.
Il punto è un altro: una difficoltà non dimostra automaticamente che abbiamo scelto la persona sbagliata.
Poi c’è la famosa chimica.
Conosciamo qualcuno e succede qualcosa.
Vogliamo rivederlo.
Pensiamo continuamente a quella persona.
Sentiamo un’attrazione difficile da spiegare.
È facile interpretare tutto questo come la prova che “era destino”.
L’attrazione, però, nasce dall’interazione di moltissimi elementi: caratteristiche fisiche, comportamento, odori, aspettative, esperienze precedenti, contesto sociale e processi biologici.
Una fortissima attrazione iniziale non garantisce da sola una relazione felice e duratura.
Allo stesso modo, una relazione che non comincia con una scena da film non è necessariamente destinata a fallire.
Alcune ricerche hanno esplorato persino il possibile rapporto tra contraccezione ormonale e percezione del partner.
In uno studio su coppie eterosessuali sono state osservate associazioni tra cambiamenti nell’uso della contraccezione ormonale e alcuni aspetti della soddisfazione sessuale.
È un campo complesso e questi risultati non consentono di concludere che la pillola scelga il partner al posto nostro.
Mostrano però quanto sia difficile ridurre l’attrazione alla semplice idea: “L’ho riconosciuto perché era la persona destinata a me”.
Ciò che chiamiamo chimica può essere influenzato da numerosi fattori.
Qui entra in gioco persino l’economia matematica.
Greg Leo, economista della Vanderbilt University, insieme ai suoi collaboratori ha affrontato il concetto di “soulmates” attraverso modelli di abbinamento.
Nel lavoro Matching Soulmates viene studiato matematicamente come possano formarsi abbinamenti stabili sulla base delle preferenze reciproche.
Naturalmente un algoritmo non può spiegare l’amore.
Ma il modello mette in evidenza un concetto interessante: non è necessario immaginare un’unica persona al mondo con la quale potremmo costruire una relazione soddisfacente.
Potrebbero esistere più persone con caratteristiche compatibili con le nostre, a seconda di chi incontriamo, del momento della vita e delle preferenze reciproche.
Pensiamoci.
Durante la vita incontriamo soltanto una frazione infinitesimale degli esseri umani presenti sul pianeta.
Eppure milioni di persone si innamorano, costruiscono coppie e trascorrono decenni insieme.
Alcune persone, dopo la fine di un grande amore, riescono successivamente ad amarne profondamente un’altra.
Tutto questo rende difficile immaginare la compatibilità come una serratura per la quale esista una sola chiave nell’intero pianeta.
Forse esistono invece persone con le quali possiamo raggiungere differenti livelli di compatibilità.
E poi arriva ciò che facciamo dopo esserci incontrati.
Ed è qui che il romanticismo diventa sorprendentemente quotidiano.
La sociologa Jacqui Gabb, dell’Open University, ha studiato le relazioni di lunga durata attraverso il progetto Enduring Love.
Le sue ricerche hanno analizzato migliaia di persone e osservato più da vicino la quotidianità di alcune coppie.
Quando veniva chiesto che cosa facesse sentire una persona amata e apprezzata, non emergevano soltanto grandi dichiarazioni romantiche.
Comparivano soprattutto piccoli gesti di attenzione.
Un regalo inaspettato.
Un gesto premuroso.
Una tazza di tè portata a letto.
Azioni apparentemente insignificanti che comunicano un messaggio molto potente:
“Ti vedo. Mi importa di te.”
Hollywood ci ha abituati al momento dell’incontro.
Due persone si guardano.
Parte la musica.
Il resto sembra inevitabile.
La vita di coppia, però, avviene soprattutto dopo i titoli di testa.
Quando bisogna organizzare la giornata.
Quando uno dei due è stanco.
Quando arrivano lavoro, figli, problemi economici, malattie, incomprensioni e routine.
Ed è proprio lì che una relazione viene continuamente costruita.
Non attraverso un’unica grande scelta, ma con centinaia di piccole decisioni.
La scienza non possiede un esperimento capace di dimostrare l’esistenza o l’inesistenza di una persona predestinata.
Quello che può dirci è qualcosa di probabilmente più utile.
La compatibilità conta. L’attrazione conta. Le circostanze contano. Ma non bastano.
Una relazione duratura richiede anche attenzione reciproca, capacità di comunicare, adattamento e disponibilità ad affrontare insieme i problemi.
Forse, allora, abbiamo cercato l’anima gemella nel posto sbagliato.
Non necessariamente tra miliardi di persone, aspettando qualcuno che combaci perfettamente con noi fin dal primo secondo.
Potrebbe essere anche una persona sufficientemente compatibile con la quale, giorno dopo giorno, costruiamo qualcosa che all’inizio non esisteva ancora.
Ed è qui che il mito romantico incontra una possibilità ancora più affascinante.
Forse il “vero amore” non consiste soltanto nel trovare la persona giusta.
Consiste anche nel continuare a scegliersi quando la magia del primo incontro lascia spazio alla vita reale.
Scritto da: Redazione Flash News
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