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“La Generazione Z è ufficialmente meno intelligente delle precedenti”. È bastato un post pubblicato il 6 febbraio da un account che si definisce sito di “recensione di notizie” per scatenare un’ondata di commenti e polemiche.
Il contenuto, diventato virale con centinaia di migliaia di visualizzazioni, sosteneva che i giovani nati tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2010 – i cosiddetti “nativi digitali” – avrebbero capacità cognitive inferiori rispetto alle generazioni precedenti.
Ma su quali basi si fonda questa affermazione?
Nel post viene citato il neuroscienziato dell’apprendimento Jared Cooney Horvath, intervenuto il 15 gennaio davanti al Congresso degli Stati Uniti.
Durante l’audizione presso la Commissione per il Commercio, la Scienza e la Tecnologia, Horvath ha dichiarato: “I nostri figli hanno capacità cognitive inferiori a quelle che avevamo noi alla loro età”.
Secondo il ricercatore, ogni generazione che trascorreva più tempo a scuola tendeva a superare la precedente nello sviluppo cognitivo. Questo trend si sarebbe interrotto con la Generazione Z, che mostrerebbe risultati inferiori in diversi ambiti: attenzione, memoria, lettura, calcolo e ragionamento.
Horvath ha individuato un possibile fattore determinante nella rapida espansione delle tecnologie digitali nell’apprendimento scolastico.
Tra gli studi citati figura anche il programma internazionale PISA, che monitora le competenze degli studenti in lettura, matematica e scienze. Negli ultimi anni, diversi indicatori mostrano una stagnazione o un lieve declino nei risultati.
Alcune ricerche suggeriscono inoltre che un’esposizione prolungata agli schermi possa essere associata a difficoltà nello sviluppo linguistico e nella concentrazione.
Dopo la diffusione mediatica delle sue parole, Horvath ha precisato sul proprio blog che il quoziente intellettivo (QI) non coincide con l’intelligenza in senso ampio, ma rappresenta soprattutto una misura dell’attitudine accademica.
Le sue dichiarazioni non possono quindi essere utilizzate per affermare con certezza che la Generazione Z sia “meno intelligente” dei Millennial.
L’allarme riguarda piuttosto un possibile indebolimento di alcune competenze legate all’apprendimento, in un contesto dominato dalla cosiddetta “delega cognitiva”, cioè la tendenza ad affidare ai dispositivi digitali compiti che un tempo richiedevano uno sforzo mentale diretto.
Secondo diversi esperti, tra cui l’epidemiologo Jonathan Bernard dell’Inserm, è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive.
Per valutare l’impatto reale delle tecnologie sull’intelligenza servono studi longitudinali e analisi a lungo termine, non solo dati legati al rendimento scolastico.
Parlare di “generazione meno intelligente” può attirare clic e condivisioni, ma la questione è più complessa. I dati mostrano cambiamenti nelle modalità di apprendimento e nelle competenze, non una prova definitiva di un declino globale dell’intelligenza.
La Generazione Z cresce in un contesto radicalmente diverso rispetto alle precedenti. Comprendere come tecnologia, scuola e ambiente influenzino lo sviluppo cognitivo è una sfida aperta per la ricerca scientifica.
Scritto da: Fina Leocata
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