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Una crisi diffusa tra i giovani
I giovani vivono una fase di forte incertezza. Secondo una survey realizzata da Marketing Espresso insieme a Serenis, il 78% della Gen Z e il 59,2% dei Millennials teme di non riuscire a costruire una vita soddisfacente. Un dato che evidenzia una preoccupazione esistenziale sempre più diffusa, legata a futuro, lavoro e aspettative personali.
Il peso dei social e del “social clock”
Tra le cause principali emerge quella che viene definita “trappola digitale”. I social amplificano il confronto continuo, mostrando solo i successi e mai le difficoltà. Per chi è cresciuto sempre connesso, come la Gen Z, diventa difficile distinguere tra realtà e rappresentazione. Si crea così il cosiddetto “social clock”: la sensazione di essere sempre in ritardo rispetto agli altri, anche quando si tratta di un’illusione costruita dal feed.
Social: problema o risorsa?
Demonizzare il web, però, sarebbe riduttivo. I social rappresentano anche uno spazio di condivisione e supporto, soprattutto per chi vive situazioni di isolamento o difficoltà. Possono offrire senso di appartenenza e permettere a molti giovani di sentirsi meno soli, creando comunità basate su esperienze comuni.
Doomscrolling e difficoltà a disconnettersi
Quasi la metà della Gen Z vorrebbe ridurre l’uso dei social senza riuscirci. Alla base ci sono meccanismi come la FOMO, la paura di perdere qualcosa, e il doomscrolling, ovvero la tendenza a consumare continuamente contenuti negativi nel tentativo di sentirsi più informati e sicuri. Un comportamento che, però, finisce per aumentare ansia e stress.
La regola dei 5 minuti fisici
Tra i consigli pratici per interrompere questo circolo vizioso c’è la cosiddetta “regola dei 5 minuti fisici”: quando si è sopraffatti dal digitale, è utile fermarsi e fare qualcosa di concreto, come bere un bicchiere d’acqua, camminare o toccare un oggetto reale. Un modo semplice per riportare l’attenzione sul corpo e uscire dal loop virtuale.
Terapia: uno strumento, non una soluzione totale
Oggi sempre più giovani si rivolgono alla terapia, un segnale positivo di maggiore consapevolezza. Tuttavia, come sottolineano gli esperti, la terapia non può risolvere problemi strutturali come precarietà economica o crisi sociale. Può aiutare a gestire le difficoltà, ma non eliminarle: “insegna a usare l’ombrello, ma non fa smettere di piovere”.
Tra autonomia e performance
Uno dei nodi principali è la confusione tra autonomia e successo. L’economia spesso rallenta i percorsi di indipendenza, mentre i social spingono verso standard irrealistici. Per uscire da questa pressione è fondamentale concentrarsi sul proprio percorso, accettando tempi diversi e imparando a normalizzare errori e momenti di stallo.
Il ruolo dei Millennials e il rischio burnout
I Millennials, considerati una generazione ponte, cercano spesso di supportare la Gen Z, ma rischiano di caricarsi di troppe responsabilità. Il cosiddetto burnout da compassione è dietro l’angolo: per aiutare gli altri è necessario prima prendersi cura di se stessi, seguendo il principio della “maschera a ossigeno”.
Scritto da: Fina Leocata
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