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Prendi il telefono, sblocchi lo schermo, apri un’applicazione e dopo qualche secondo ti fermi.
Che cosa dovevo fare?
Niente.
Non c’era un messaggio urgente al quale rispondere, una telefonata da fare o un’informazione da cercare.
Hai semplicemente preso lo smartphone.
È probabilmente questo uno dei cambiamenti più interessanti avvenuti nelle nostre abitudini quotidiane: il telefono non viene utilizzato soltanto quando serve, ma spesso viene preso automaticamente.
È diventato il primo oggetto che guardiamo al mattino e l’ultimo prima di dormire. Lo utilizziamo per sapere che ore sono, orientarci, pagare, fotografare, leggere le notizie, ascoltare musica, lavorare e parlare con gli amici.
Tutto normale.
Ma proprio perché concentra così tante funzioni, lo smartphone ha conquistato anche momenti della giornata nei quali fino a pochi anni fa non esisteva alcuno schermo.
Ci sono almeno otto abitudini che vale la pena osservare.
La sveglia suona.
La spegniamo e, visto che lo smartphone è già nelle nostre mani, controlliamo rapidamente WhatsApp.
Poi una mail.
Una notifica.
Le notizie.
Il meteo.
Magari i social.
E quei trenta secondi diventano dieci minuti.
Il punto non è che guardare il telefono appena svegli sia necessariamente dannoso.
È interessante piuttosto capire se lo stiamo facendo per scelta oppure per automatismo.
Rimandare di qualche minuto il primo controllo può essere un piccolo esperimento: alzarsi, preparare il caffè, aprire una finestra, fare una doccia e soltanto dopo entrare nel flusso di messaggi e notifiche.
Una volta aspettare significava aspettare.
Cinque minuti alla fermata dell’autobus.
Dieci minuti dal medico.
Una persona in ritardo a un appuntamento.
La fila al supermercato.
Oggi basta il primo momento vuoto e quasi automaticamente compare lo smartphone.
Non è necessariamente un male: possiamo utilizzare quel tempo per leggere, informarci o rispondere a qualcuno.
Ma così facendo rischiamo di eliminare dalla giornata praticamente ogni momento senza stimoli.
Non guardiamo più chi passa.
Non osserviamo il posto in cui ci troviamo.
Non lasciamo vagare i pensieri.
Soprattutto, facciamo sempre meno esperienza di una cosa semplicissima: annoiarci per cinque minuti.
“Din”.
Basta un suono per spostare l’attenzione.
Non sappiamo ancora chi ci abbia scritto e nemmeno se sia importante, ma il cervello ha già registrato che sul telefono è successo qualcosa.
Lo controlliamo.
Rispondiamo.
Poi torniamo a quello che stavamo facendo.
Pochi minuti dopo arriva un’altra notifica e il ciclo ricomincia.
Quello che chiamiamo multitasking spesso consiste proprio in questo: spostare continuamente l’attenzione da un’attività all’altra.
Una soluzione semplice è scegliere quali applicazioni abbiano davvero il diritto di interromperci.
Non tutte le notifiche meritano la stessa priorità.
Due persone sono sedute allo stesso tavolo.
Una racconta qualcosa.
L’altra prende il telefono per controllare velocemente una notifica.
Sono passati forse tre secondi.
Eppure il messaggio involontario può essere chiarissimo: in quel momento qualcos’altro ha conquistato la nostra attenzione.
Il fenomeno è diventato talmente comune da essere quasi invisibile.
Succede durante una cena, davanti a un caffè, in famiglia e persino durante una riunione.
Un esperimento semplicissimo consiste nel lasciare lo smartphone fuori dalla portata immediata durante i pasti o quando stiamo avendo una conversazione importante.
Non serve spegnerlo.
Basta non averlo continuamente sotto gli occhi.
È probabilmente una delle bugie che raccontiamo più spesso a noi stessi.
Entriamo a letto e prendiamo il telefono soltanto per dare un’ultima occhiata.
Un messaggio.
Un video.
Poi un altro.
Una notizia.
Un social.
Quando rialziamo gli occhi sono trascorsi trenta o quaranta minuti.
Il problema non riguarda soltanto la luce emessa dallo schermo.
Anche quello che stiamo guardando può mantenerci mentalmente coinvolti proprio nel momento in cui dovremmo progressivamente rallentare.
Una discussione, una notizia preoccupante o una sequenza infinita di video non sono necessariamente il miglior modo per prepararsi al sonno.
Creare un piccolo intervallo tra l’ultimo utilizzo dello smartphone e il momento in cui ci addormentiamo può aiutare soprattutto a interrompere questo automatismo.
“Non devo ricordarmelo, tanto è sul telefono”.
Calendario, compleanni, appuntamenti, numeri, lista della spesa, indirizzi, percorsi, password e promemoria.
Lo smartphone è diventato una gigantesca memoria esterna.
Ed è estremamente comodo.
Questo non significa che utilizzare agenda e promemoria digitali stia automaticamente “rovinando” la nostra memoria.
Piuttosto, stiamo cambiando che cosa scegliamo di ricordare.
Non memorizziamo necessariamente l’informazione, perché sappiamo come recuperarla.
Qualche volta, però, può essere interessante esercitarsi a ricordare direttamente le informazioni che utilizziamo più spesso, senza delegare automaticamente qualsiasi cosa al dispositivo.
Come si chiamava quell’attore?
In che anno è uscito quel film?
Qual è la capitale di quel Paese?
Una volta poteva nascere una discussione di dieci minuti.
Oggi qualcuno prende lo smartphone e in pochi secondi la questione è chiusa.
È un vantaggio straordinario: non abbiamo mai avuto accesso così rapidamente a una quantità simile di conoscenza.
Ma c’è anche un’altra possibilità.
Aspettare.
Provare a ricordare.
Fare un’ipotesi.
Ragionare.
Discuterne con chi abbiamo davanti.
E soltanto dopo verificare la risposta.
Non perché Google sia un problema, ma perché qualche volta anche il percorso utilizzato per arrivare alla risposta può essere interessante.
Questa è probabilmente l’abitudine che riassume tutte le altre.
La mano entra in tasca.
Prendiamo il telefono.
Lo sblocchiamo.
Apriamo Instagram, TikTok, Facebook, WhatsApp o qualsiasi altra applicazione.
Poi magari chiudiamo tutto.
Non stavamo cercando niente.
È stato semplicemente un gesto automatico.
Per rendersene conto basta fare una prova per un giorno.
Ogni volta che prendiamo il telefono chiediamoci: “Perché lo sto facendo?”.
Devo telefonare?
Rispondere a qualcuno?
Controllare un appuntamento?
Cercare un’informazione?
Perfetto.
Ma se non sappiamo rispondere alla domanda, abbiamo appena scoperto quante volte lo smartphone entra nelle nostre mani senza una decisione consapevole.
Sarebbe troppo semplice trasformare il telefono nel cattivo della storia.
Lo smartphone è probabilmente uno degli strumenti più utili mai entrati nella nostra vita quotidiana.
In un oggetto che pesa poche centinaia di grammi abbiamo telefono, fotocamera, navigatore, giornale, televisione, biblioteca, banca, biglietti, mappe, musica e la possibilità di comunicare istantaneamente con una persona dall’altra parte del pianeta.
Il punto non è eliminarlo.
È capire quando siamo noi a decidere di utilizzarlo e quando invece lo utilizziamo automaticamente.
Non è nemmeno necessario ricorrere a drastiche “disintossicazioni digitali”.
Si può cominciare da gesti molto più piccoli.
Disattivare qualche notifica.
Non portarlo a tavola.
Aspettare qualche minuto prima di guardarlo al mattino.
Lasciarlo da parte prima di dormire.
E soprattutto concedersi nuovamente qualche momento nel quale non succede assolutamente niente.
Perché forse la domanda più interessante non è quante ore trascorriamo ogni giorno davanti allo smartphone.
È quante volte lo prendiamo in mano senza sapere nemmeno perché.
Scritto da: Fina Leocata
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