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Una vacanza ad agosto e poi niente fino all’estate successiva? Potrebbe non essere il modo migliore per recuperare dallo stress accumulato durante l’anno.
Il benessere legato alle ferie, infatti, non dura per sempre. Dopo il rientro, la sensazione di essere riposati tende progressivamente a diminuire e la quotidianità torna a prendere il sopravvento.
Da qui nasce un’idea che sta attirando sempre più attenzione: meglio diverse piccole vacanze distribuite durante l’anno piuttosto che un unico, lunghissimo periodo di ferie.
Secondo studi sul rapporto tra tempo libero, vacanze e benessere psicofisico, concedersi pause con maggiore regolarità può aiutare a ridurre lo stress e a recuperare energie mentali.
Seguendo questo principio, nell’arco di dodici mesi si arriverebbe indicativamente a sei o sette periodi di pausa, più o meno uno ogni sette-otto settimane.
Non significa necessariamente organizzare sette viaggi costosi o prendere ogni volta una settimana di ferie.
Può essere sufficiente anche un weekend lungo, qualche giorno lontano da casa o semplicemente un periodo durante il quale si riesce realmente a interrompere la routine lavorativa.
La parola chiave, insomma, sarebbe frequenza.
Il problema delle ferie concentrate esclusivamente in estate è che il loro effetto positivo tende inevitabilmente ad attenuarsi una volta tornati alla normalità.
La sensazione di relax può continuare per qualche tempo, ma email, scadenze, traffico e impegni quotidiani finiscono gradualmente per riportare i livelli di stress alla situazione precedente.
Sapere che una nuova pausa non è troppo lontana può inoltre avere un effetto positivo già durante l’attesa.
Anche programmare una vacanza può diventare parte del piacere della vacanza stessa.
Staccare dalla quotidianità non significa soltanto non andare al lavoro.
Un viaggio porta spesso con sé nuovi luoghi, persone, attività, movimento e stimoli differenti. Tutti elementi che interrompono gli automatismi delle giornate abituali.
Anche pochi giorni possono quindi rappresentare un’occasione per dormire meglio, trascorrere più tempo all’aperto, muoversi maggiormente e ridurre almeno temporaneamente le pressioni lavorative.
E non serve necessariamente volare dall’altra parte del mondo.
Il nuovo modello di vacanza potrebbe quindi essere molto diverso da quello tradizionale.
Invece di aspettare undici mesi per concentrare tutto in due settimane ad agosto, si possono distribuire le ferie tra piccoli viaggi, ponti e weekend prolungati.
Una pausa in autunno, qualche giorno durante l’inverno, un’altra in primavera e alcuni periodi durante l’estate.
Il vantaggio è avere più momenti dell’anno nei quali interrompere realmente il ritmo quotidiano.
C’è poi un aspetto culturale. Siamo abituati ad associare giornate piene e disponibilità continua alla produttività, mentre fermarsi viene talvolta percepito quasi come una perdita di tempo.
Il riposo, però, è parte del recupero psicofisico.
Il punto non è quindi stabilire che esista un numero magico di vacanze valido per tutti. Sette non deve diventare una prescrizione universale, perché esigenze, lavoro, disponibilità economiche e condizioni personali sono differenti.
Il messaggio più interessante è un altro: non aspettare necessariamente l’estate per concedersi una pausa.
Forse la vacanza migliore non è quella lunghissima che arriva una volta l’anno, ma quella successiva che sappiamo essere già abbastanza vicina.
Scritto da: Fina Leocata
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