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E se fosse possibile aiutare il cervello nei suoi naturali processi di “pulizia” mentre dormiamo utilizzando semplicemente un suono? È l’affascinante possibilità suggerita da una ricerca che ha studiato gli effetti del cosiddetto rumore rosa durante il sonno profondo.
Non si tratta di una nuova musica rilassante e nemmeno del classico rumore bianco. Il rumore rosa è un particolare tipo di suono che comprende un ampio spettro di frequenze e che, all’orecchio, può ricordare alcuni rumori naturali come la pioggia, il vento o una cascata percepita in lontananza.
I ricercatori hanno scoperto che brevissimi impulsi di questo suono, inviati nel momento preciso durante il sonno profondo, possono interagire con le onde cerebrali e con il movimento dei fluidi all’interno del cervello.
Lo studio ha coinvolto 14 volontari, monitorati mentre dormivano. Gli scienziati non hanno semplicemente lasciato acceso un rumore di sottofondo per tutta la notte.
Il sistema utilizzato era molto più sofisticato.
Sono stati somministrati brevissimi impulsi di rumore rosa della durata di circa 50 millisecondi, sincronizzati con una particolare fase delle onde lente caratteristiche del sonno profondo.
La tempistica era quindi fondamentale: il suono veniva inviato in relazione all’attività cerebrale osservata in quel preciso momento.
Ed è proprio dopo questi stimoli che i ricercatori hanno osservato qualcosa di interessante.
Gli impulsi acustici hanno prodotto un aumento dell’ampiezza delle onde cerebrali lente, quelle che caratterizzano alcune delle fasi più profonde del sonno.
Contemporaneamente sono state osservate variazioni legate ai vasi sanguigni e al movimento del liquido cerebrospinale, il fluido che circonda il cervello e il midollo spinale.
È proprio da questo fenomeno che nasce l’immagine, molto efficace ma necessariamente semplificata, del cervello che durante il sonno viene “ripulito”.
Naturalmente nel nostro cervello non avviene un lavaggio nel senso letterale del termine.
Durante il sonno, però, si verificano importanti processi fisiologici che coinvolgono anche la circolazione dei fluidi e la gestione di alcuni prodotti del metabolismo cerebrale.
Nel corso dell’esperimento, il potenziamento delle onde lente è risultato associato a cambiamenti del volume sanguigno e al movimento del liquido cerebrospinale.
Il meccanismo può essere immaginato, con una certa semplificazione, come una specie di pompa naturale: le variazioni del sangue presente all’interno del cranio sono accompagnate da movimenti dei fluidi circostanti.
La scoperta suggerisce quindi che intervenire in maniera precisa sulle onde lente attraverso stimoli acustici potrebbe influenzare anche queste dinamiche.
È qui che lo studio assume un’importanza potenzialmente ancora maggiore.
Patologie neurodegenerative come l’Alzheimer sono associate all’accumulo anomalo nel cervello di determinate proteine, tra cui beta-amiloide e tau.
Da tempo gli scienziati studiano il rapporto tra sonno, funzionamento cerebrale e meccanismi attraverso i quali vengono gestite ed eliminate determinate sostanze.
La domanda diventa quindi affascinante: se fosse possibile potenziare alcuni processi naturali che avvengono durante il sonno, si potrebbe favorire anche la capacità del cervello di eliminare determinate sostanze di scarto?
Per il momento non esiste ancora una risposta definitiva.
È importante evitare conclusioni premature.
Lo studio non dimostra che il rumore rosa possa curare, prevenire o rallentare l’Alzheimer.
L’esperimento ha coinvolto soltanto 14 persone e ha osservato soprattutto un meccanismo fisiologico.
Prima di arrivare a un’eventuale applicazione clinica saranno necessari studi molto più ampi, condotti anche su persone con disturbi del sonno o patologie neurodegenerative.
Bisognerà soprattutto capire se l’aumento del movimento del liquido cerebrospinale produca effettivamente benefici misurabili nel lungo periodo.
Un altro campo di ricerca riguarda proprio l’insonnia e la qualità del sonno.
Se determinati stimoli acustici riescono a rafforzare le onde caratteristiche del sonno profondo, diventa interessante capire se in futuro questa tecnica possa essere utilizzata per migliorare alcuni aspetti del riposo.
Anche in questo caso, però, siamo ancora lontani dal poter parlare di una terapia.
L’insonnia può avere cause e manifestazioni molto differenti: difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti durante la notte, risveglio precoce oppure una sensazione di sonno non ristoratore.
Non esiste quindi una soluzione universale valida per tutti.
C’è soprattutto un particolare che distingue questo esperimento dal semplice ascolto di un audio rilassante.
I ricercatori non hanno fatto ascoltare rumore rosa continuamente per tutta la notte.
Gli stimoli erano brevissimi e venivano inviati nel momento preciso in cui il cervello raggiungeva una determinata fase delle proprie oscillazioni lente.
Questo significa che cercare una registrazione di “pink noise”, avviarla sullo smartphone e lasciarla accesa mentre dormiamo non riproduce le condizioni dell’esperimento.
Per alcune persone un rumore continuo può comunque risultare piacevole o aiutare a mascherare i suoni provenienti dall’ambiente circostante, ma si tratta di un effetto differente da quello analizzato dagli scienziati.
La ricerca aggiunge un altro tassello a ciò che negli ultimi anni abbiamo imparato sul sonno.
Dormire non significa semplicemente “spegnere” il cervello.
Mentre siamo addormentati si verificano moltissimi processi: vengono consolidati alcuni ricordi, cambia l’attività neuronale, si modificano diversi segnali biologici e variano anche la circolazione sanguigna e la dinamica dei fluidi cerebrali.
Il sonno è quindi una fase estremamente attiva per il nostro organismo.
Ed è proprio all’interno di questa attività che gli scienziati stanno cercando di intervenire.
È forse questo l’aspetto più sorprendente dello studio.
Un impulso acustico della durata di appena 50 millisecondi, se inviato nel momento corretto, sembra essere capace di interagire con alcuni dei ritmi profondi del cervello addormentato.
L’obiettivo futuro sarà capire se questo fenomeno possa trasformarsi in qualcosa di concretamente utile.
Per il momento il rumore rosa non rappresenta una cura per l’insonnia né per le malattie neurodegenerative.
Ma la ricerca suggerisce una possibilità affascinante: sfruttare stimoli esterni estremamente semplici e non invasivi per influenzare alcuni processi naturali che avvengono nel nostro cervello durante il sonno.
E se gli studi futuri confermeranno questi risultati, ciò che oggi è soltanto un breve suono ascoltato mentre dormiamo potrebbe diventare uno strumento molto più interessante di quanto immaginiamo.
Scritto da: Redazione Flash News
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